12/05
Diario di Bordo > 2026
Crispiano → Taranto
12/05/2026
Dopo cento e più chilometri tra campagne e boschi della Val d’Itria, sotto un cielo finalmente azzurro e senza ombra di nubi, oggi si riparte da Crispiano. Pronti a scrivere a suon di passi l’ultimo capitolo della Rotta dei Due Mari.
Nel piazzale antistante la chiesa della Madonna della Neve (243m), proprio lì dove gli inconfondibili segnavia del Cammino Materano e della Rotta dei Due Mari si incontrano un’ultima volta, la nostra giornata inizia percorrendo per intero Corso Vittorio Emanuele. Un’elegante passerella lungo la centralissima via cittadina, dove tra negozi in procinto d’aprire e altri ancora chiusi, oltrepassato il passaggio a livello deviamo sulla via che a destra si snoda tra le bancarelle del mercato locale, prima d’allontanarsi nella periferia sud di Crispiano.
Tra lunghi rettilinei e secche svolte lasciamo le ultime abitazioni per proseguire sulle carrarecce che si addentrano in campagna. Un mosaico di campi, pascoli e oliveti ben disegnati da lunghi corsi di muretti, dove nel continuo cambio d’abito a cui il cammino ci ha ormai abituati, ecco alzarsi d’improvviso il sipario sulla sconfinata macchia mediterranea (ore1).
Abbandonate così le carrarecce di campagna, alla nostra destra l’immancabile segnavia rosso-blu ci guida nell’intricato groviglio di cespugli e fioriture che caratterizzano quest’angolo di “Terra delle Gravine”. Un prezioso scrigno di biodiversità dove, senza alcun ostacolo, all’orizzonte già si delinea la striscia blu dello Jonio con la sagoma delle controverse ciminiere in primo piano.
Con l’illusione che la meta sia lì a portata di mano, passo dopo passo proseguiamo sulla pista sterrata che, tra cespugli di mirto, lentisco e rosmarino, ai piedi delle propaggini meridionali delle Murge spiana poi nella “pianura jonica”. Una “terra di mezzo” che unisce l’altopiano al mare, dove tra spettrali tronchi scampati a qualche incendio, come gioielli incastonati nel terreno fanno bella mostra le impronte di alcune conchiglie fossili.
È sul fondo di questo mare antico che, dall’assolata macchia di cespugli e sterpi, ci ritroviamo subito dopo a girovagare tra i contorti tronchi di un uliveto centenario. Dei veri e propri monumenti viventi che, come amici di vecchia data, invitano a fermarsi anche solo per un abbraccio: un semplice girotondo che, oltre la circonferenza, ci connette con l’intero mondo.
Dopo questo gesto terapeutico, con il respiro più tranquillo e il passo più lento, siamo pronti ad attraversare nei pressi del vicino Castello Spagnolo la statale per Martina Franca (ore1:40), per poi proseguire sull’ampio tratturo che attraversa l’ennesima distesa d’olivi, prima d’infilarci nella successiva boscaglia che nella gravina di Mazzaracchio nasconde la Cripta di Sant’Onofrio, uno dei tanti pertugi ipogei della zona che stavolta però non possiamo ignorare: infatti, giusto il tempo d’abituare gli occhi all’oscurità, e lì dinnanzi a noi alcune figure sacre sembrano prendere vita, trasformando il buio in una penombra carica di spiritualità.
Lasciandoci alle spalle questo luogo mistico che un tempo dava rifugio a viandanti e pellegrini, passando sotto l’aerea tubazione dell’acquedotto sbuchiamo fuori dall’ombroso solco della gravina, prima d’addentrarci in un campo lasciato incolto. L’ennesimo cambio di scena che stavolta ha il sapore di un brusco risveglio, infatti come se non bastasse l’ormai vicina acciaieria con le sue ciminiere, ci mancava solo una discarica a cielo aperto per ricondurci alla realtà che accomuna le periferie di molte città.
Tornati con i piedi per terra, tra polverosi viottoli e vie asfaltate, transitando dinnanzi al viale d’accesso della Masseria Carmine (ore1:10), c’infiliamo poi nel recondito solco di un’ultima gravina. Attraversato l’oliveto che segue ci inseriamo infine nel circuito di svincoli, sottopassi e incroci che, nei sobborghi di Taranto, ci svelano l’area paludosa del Galeso: un’oasi felice un tempo tanto cara ai Greci, dove quasi a voler sfidare il degrado circostante, anatre e pesci sguazzano tranquilli tra le canne di un laghetto (ore1:40).
Qui dove acque dolci e salate si mescolano, non resta che infilarci sotto un ultimo viadotto, prima d’affacciarci sul Mare Piccolo, lo specchio d’acqua più interno della città dei “Due Mari”. Con giro antiorario lungo la sponda, passando in successione per l’area siderurgica del rione Tamburi e il mercato del pesce, alla fine del lungo mare scavalchiamo il “Ponte di Pietra” per approdare così in Piazza Fontana, dove dinnanzi alla Torre dell’Orologio arriva il momento di fermare il tempo, ed entrare a ritirare il meritato “Kairos”, la pergamena ufficiale di fine cammino (ore1:00).
Dismessi i panni dei pellegrini, qui nel cuore pulsante dell’antica città fondata dagli Spartani nel VIII sec. a.C, ci godiamo Taranto con il passo lento del visitatore: il Duomo, le Colonne Doriche e il Castello Aragonese, prima d’oltrepassare il leggendario ponte girevole e, ai piedi del Monumento al Marinaio, prepararci a lanciare nello Jonio il sassolino raccolto sei giorni fa in riva all’Adriatico: un gesto tanto semplice quanto potente, per unire l’inizio e la fine di questo straordinario viaggio. Dislivello assoluto 277m. (↑95m, ↓301m.).
Tempo di cammino ore 6:30.
Lunghezza tragitto Km 26.